Enrica

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Alla fine Enrica non c’era.

Esce dal piccolo portone di quella modesta villetta indipendente e rimane abbagliato dal sole, era prevedibile: c’era una luce tra il bianco e il giallo che aveva liquefatto ogni cosa, la fuori. Si vedeva già da dentro, dal corridoio che dalla porta di casa porta verso l’uscita.

Era venuto per vederla, per parlargli, per baciarla, per toccarla. Ma questa mattina lei non stava suonando il piano come al solito, era fuori, evidentemente. Aveva citofonato, la casa era isolata e poteva gridare il suo nome o bussare alla porta, ma non lo aveva fatto. Non aveva risposto nessuno.

Il motorino nero era rimasto là, rovente, sul lato di quel piccolo cortile di ghiaia.

“Non c’è?” qualcuno aveva detto, la voce poteva essere quella di una donna. Il ragazzo allora cerca con lo sguardo, voltandosi. Scorre le finestre, quelle a pian terreno, ma sono tutte chiuse. Anche ai lati della casa sembra non esserci nessuno.

Ora la voce non dice più nulla.

Una goccia di sudore scende da una tempia, mentre si guarda ancora un po’ intorno, si passa la mano sulla faccia per rimuovere quel piccolo disagio umido e caldo.

Non c’è praticamente aria, non c’è praticamente ossigeno, c’è solo caldo, solamente cicale e caldo, e troppa luce. Il sole lo schiaccia sulla ghiaia, ma riesce a mettere per terra un piede dopo l’altro, quattro o cinque volte, verso il motorino.

Prende il portachiavi, una treccia trasparente di plastica attorcigliata che lascia penzolare da un moschettone attaccato al passante della tasca. Il portachiavi non è ancora caldo. Con la chiave toglie il bloccasterzo, poi inclina il corpo verso destra e alza la gamba sinistra, come un cane che deve pisciare, la lascia cadere dall’altra parte della sella mentre con la mano tiene ferma una manopola. La sella nera è di fuoco e gli scarica addosso un brivido cocente che sale dritto fino al cervello. Tiene duro, poi si abitua e la cosa svanisce.

Con la mano sinistra sistema quel piccolo tondo di specchio, sul manubrio, ha ricominciato a sudare. Sa dove deve puntare, anche quando la ruota è girata, e armeggia leggermente per sistemarlo, dentro qualcosa. Mette a fuoco una finestra con una signora che si sporge leggermente, a braccia conserte. Dovrebbe essere dietro di lui, al secondo piano della casa di Enrica.

Si volta nel disagio e la scorge, la fissa per un secondo: “buongiorno…”, la signora non risponde, lo continua a fissare in silenzio. Allora fa un leggero cenno, dietro a un piccolo sorriso goffo, ma lei niente, immobile.

Poi distoglie lo sguardo, gira lentamente la testa e guarda per terra, davanti a se, davanti al motorino, poi riavvolge lo sguardo sul contachilometri. Si china e con la mano sinistra tira fuori la pedivella, ci mette su il piede e spinge di scatto verso il basso. Il motore parte alla terza.

Fa scattare la prima schiacciando la frizione e da un paio di volte gas, poi molla la frizione. Avrebbe dovuto pensare una curva più ampia, la ghiaia non tiene e la ruota davanti perde aderenza, ma lui non è mai stato bravo con motorino, come Carlo, il peso si sposta tutto da una parte e il motorino si accascia sulla ghiaia portandosi dietro Luca, in una tempesta di polvere e col rumore delle lamiere rotte e della plastica picchiata, poi si spegne. Tutto sprofonda di nuovo in un silenzio senza fine.

Si scosta di lato strisciando leggermente per terra, goffo, e spinge in là il motorino quel tanto che basta per togliercisi da sotto, poi si alza. La nuvola di polvere lentamente va via, Luca rialza il motorino, lo rimette sul cavalletto. L’avambraccio sinistro brucia.

Istintivamente, mentre si dà qualche colpo con le mani un po’ dappertutto, guarda verso la finestra del primo piano: la signora è ancora lì, come una fotografia. Lui allarga le braccia leggermente dentro a un piccolo sorriso imbarazzato, ma lei è ferma, di pietra e non torna indietro nulla.

Non tengono bene sulla ghiaia, né?” la voce di un ragazzo che stava camminando verso di lui lo fa voltare di scatto, è comparso sul cortile proprio adesso, alle sue spalle, mentre lui stava guardando la finestra.

Facendo ballare l’indice verso il mezzo aggiunge “Ce lo avevo anche io, uno così: non tengono.” Adesso gli era a un passo.

Luca guarda il motorino con affetto, poi fa per voltarsi e rispondere “E’ vero che non tengono, ma sono anche io che non sono molto…“, ma non riesce a finire la frase, perché uno schiaffo gli gira la faccia con lo schiocco di una frusta, la botta lo inarca all’indietro, leggermente da un lato, e lo siede di nuovo sulla ghiaia. Ora è seduto per terra e guarda di lato, verso la porta d’ingresso. La sua guancia sinistra è in fiamme.

Il tizio lo squadra con le mani sui fianchi, poi alzando leggermente il mento fa: “Non suona più il piano, l’Enrica.” Luca lo guarda senza capire, poi si rialza come il burattino manovrato dall’apprendista e fa due passi indietro.

Quell’altro è sempre lì, con le mani sui fianchi, che lo tiene d’occhio, calmo. Prova a rispondere con un “Pe… Peccato, perché secondo me era molto brava…” ma gli esce un suono che non riconosce quasi, Luca non aveva mai sentito la sua stessa voce suonare così.

Il tizio è più grande di lui, più in forma e sa quello che fa, Luca si guarda intorno lentamente: c’è solo campagna, c’è solo un oceano di silenzio che galleggia sopra le cicale. Sfiora appena con lo sguardo il profilo del ragazzo che lo ha appena picchiato e fa un minuscolo cenno di assenso, poi torna verso il motorino tenendo una mano sulla guancia, come se servisse a qualcosa. Sale in sella, controllato a vista. Mette in moto guardando per terra e inserisce la prima.

Nel suo campo visivo entrano due mani nodose che da sopra afferrano il manubrio: è ancora lui, a cavallo della ruota davanti, in piedi. Luca alza lo sguardo, la sua faccia è uno bistecca fradicia, battuta solo da un lato, e guarda il ragazzo negli occhi con lo sguardo più leggero che sa.

Lo schiaffeggiatore, nel frastuono della prima inserita, ruota lentamente la testa, prima verso sinistra, poi verso destra, tenendo ben saldo il manubrio nelle mani rosse e gli occhi piantati dentro quelli di Luca. Luca è ancora confuso, ma accenna ancora un con un sorriso di carta.

Dopo un paio di secondi il ragazzo molla la presa e si scosta, come scendesse da cavallo. Luca lo guarda appena, poi guarda lo specchietto, d’istinto, la signora è ancora lì, scolpita sulla finestra. Mette la prima e lentamente raggiunge l’asfalto.

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