green wooden chair on white surface

Niente

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Tempo fa, quando ero un cantautore – non è durata molto come cosa – scrissi una canzone che si intitolava “un bel niente“.

Nella canzone parlo del bisogno e dei vantaggi del voler cercare un buon momento e, soprattutto, le giuste forze per staccare la spina ed isolarsi da tutto, senza niente con se.

E’ uno stato che ricerco spesso. Al di là del motivo per cui sento in maniera ciclica il bisogno di sprofondare nel nulla più assoluto (pur non riuscendo quasi mai a farlo), mi ha sempre intrigato quello che succede quando ci si trova esattamente nel bel mezzo del vuoto.

Per vuoto intendo non fare assolutamente niente, possibilmente in un contesto di solitudine, magari immerso nella natura – o in un surrogato urbano della.

Una persona che ho stimato molto – un sacerdote – una volta disse che è proprio nell’oblio che si trova Dio. Nell’abbandono. Ritengo che questa sia una solidissima verità: nell’oblio mi è sempre capitato di trovare molte cose, non “solo” Dio.

Il meccanismo attraverso il quale tutto si manifesta in maniera più chiara non mi è noto e non credo di essere nemmeno in grado di metterlo a fuoco con questo migliaio di parole, ma il risultato dello spegnimento totale, nel mio caso, si è sempre rivelato dirompente. Credo soprattutto perché si tratta di un atto davvero anacronistico e la fatica necessaria per costruirselo è immane.

Quando ero bambino avevo infiniti momenti di vuoto, soprattutto d’estate, come chiunque, credo. Come quando dopo pranzo salivo in camera mia, in campagna, nella mia piccola grotta fresca color verde acqua.

Lì ero distaccato da tutto e immerso in un sonnolento silenzio postprandiale, venato dal solito piccolo chiasso lontano che il mare di cicale della nostra collina recitava come un mantra, mentre fuori avvampava un caldo desertico da primi piani alla Sergio Leone.

In quei momenti restavo immobile sul letto o seduto alla scrivania ad ascoltare, pensando.

Mi ricordo molto chiaramente la piacevole sensazione di vagare senza meta e senza freni, in un contesto sonoro e visivo semplice, protetto, che mi drenava i pensieri e mi pacificava profondamente lo spirito.

Fissavo il muro della parete del letto e disegnavo con la punta del dito personaggi e oggetti, completando le tracce appena visibili delle imperfezioni dell’intonaco, poi passavo a studiare le mosche, le guardavo ipnotizzato mentre giravano sotto il lampadario a ripetere infinite volte lo stesso tragitto.

Un’altra cosa che ho sempre adorato fare, e che quando riesco amo fare anche oggi, è sdraiarmi sotto un albero a faccia in su a guardare le nuvole.

In momenti così il contesto è praticamente perfetto – è quello il luogo che ispirò il mio capolavoro immortale! Il sottofondo sonoro, con un po’ di fortuna, è dato solo dal rumore sublime del vento che soffia tra le foglie, mentre dietro, là in fondo, le nuvole scorrono lontane, maestose, dilatando lentamente spazio e tempo.

Ogni tanto capita che sia atroce ritrovarsi all’interno dei propri pensieri – e dei propri problemi – ma se riesci ad ascoltare il silenzio le cose decantano e cambiano e rimpiccioliscono quel poco da poterle afferrare e maneggiare per provare a metterle in fila e allora, con un po’ di fortuna, quando poi ritorni nel caos, lo fai con un assetto migliore.

E poi mi da coraggio avere scoperto anche che il concetto di vuoto, se pur declinato in forme leggermente diverse tra loro, è trasversale a molte culture e ritorna imperterrito nel tempo.

Per gli antichi greci il silenzio era un momento a cui veniva data grande importanza, era visto come un qualcosa di saggio e necessario per creare cose nuove, progetti. Aveva un senso decisamente pragmatico e fattivo.

Mentre per i buddisti il concetto di vuoto è la spina dorsale del percorso per l’Illuminazione. Leggevo di un sutra detto Sutra del Cuore il cui incipit recita: “La forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma”. Tutto il componimento è incentrato sul concetto di distacco dalla realtà e dal materialismo, come del resto il Buddismo e il concetto di religione in se.

La ricerca del vuoto, dell’allontanamento dalle cose, è una meta che perseguiamo da secoli, e oggi credo vada riconsiderata e coltivata senza ritegno.

E’ fondamentale continuare ad insinuarla subdolamente in qualche tasca della nostra giornata, abbiamo bisogno di complementarietà, di mettere in discussione alcuni concetti, accettandone qualche apparente paradosso, come per esempio la velocità è lentezza o la pienezza è solitudine.

Anche i nostri figli dovrebbero allenarsi a non fare niente, a non sapere cosa fare e quindi a rimanere da soli, di tanto in tanto. Nel loro caso parlerei dell’importanza di annoiarsi, più che di oblio, ma in certi casi i termini sono quasi sinonimi.

Non ho intenzione di dilungarmi anche su questo aspetto, condivido solo una mia intuizione da pedagogo mancato.

Tornando a concetti che mi appartengono di più citerei, come ultimo riferimento, una cosa che vidi anni fa in una puntata di uno dei primi telefilm con protagonista Flash in cui Flash, a un certo punto, decide di riordinare il suo studio, invaso da fogli accatastati in piccoli mucchi disseminati ovunque, ma, in realtà, più cerca di essere rapido nel farlo, spostandosi alla velocità della luce tra un angolo e l’altro della stanza, più la corrente generata dai suoi fulminei spostamenti sparpaglia nuovamente i fogli.

Coraggio, quindi: chi (non) si ferma è perduto.

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