Bicicletta

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tempo lettura: 5 minuti

“Bastardo! E’ davvero bellissima!”

“Certo che lo è! Blu!… Spietata!”

“Ma poi belli anche i gruppi…”

“Dai partiamo mo’, che se no facciam’ notte!”

” Perché c’hai premura? Facciamo con calma, che mica c’è un’ora.”

Si mossero tutti e tre assieme, pedalando con il sorriso migliore, quello della prima uscita dell’anno. Fecero andare avanti Mike con la sua bici nuova: era davvero uno spettacolo quell’arnese. Glielo avevano regalato per il diploma e quella era l’occasione perfetta per buttarlo in pasto alle colline del suo appennino, per goderselo fino a squassare ogni fibra muscolare che aveva in corpo, con Marco, con Giovanni.

“Michele, dai che ti tiriamo una corda e ci traini tutti e due! Con quella bici lì non la senti neanche, la salita!”

“Pedala tangàno, che servono le gambe, mica la lingua!”

C’era un vento leggero, il sole cadeva a picco sull’asfalto, ma non sembrava fosse giugno inoltrato, nell’aria c’era l’umidità di settembre, con tutte le sue illusioni e i buoni propositi.

Avrebbero fatto il giro da Legoreccio, quello che torna dalla Costa. Lungo, ma fattibile. Erano ben allenati, ognuno era arrivato all’estate passando tutto l’inverno ad affrontare il propri sport, ciascuno il suo. Con la bicicletta avevano disegnato ghirigori su quelle colline, in lungo e in largo, portando a perdere i pensieri. L’aria delle discese soffiava via il tempo. La salita serviva per ridiscendere, l’affrontavano con rabbia, ognuno con la sua, di rabbia, digrignando i denti come pugili che incassano allo stomaco.

Erano forse un paio d’anni che lo facevano, ormai. Lo facevano d’estate, lo facevano insieme. Andavano in bici.

Marco ogni tanto piangeva, in discesa, mentre non lo vedeva nessuno. Gianni invece gridava forte, scacciava gli spiriti, mandava via le cose che gli urlavano dentro durante il giorno, quando andava giù. Michele pedalava sempre in silenzio, guardando la strada davanti a lui come se dietro ogni curva ci fosse un sicario pronto ad aprirgli la pancia con uno scatto atroce della spada.

Salivano sulla sella e si prendevano in giro per un po’, poi iniziavano a pedalare, senza dire più nulla e diventavano un organismo che si muove come un corpo solo, che respira, che soffre, che si accorcia e si distende, come un grande polmone disteso che vuole respirare ad ogni costo.

Per arrivare in cima alla piana di Rossigneto la salita era dura, ma è la prima che si incontra. Si misero in piedi sulle bici e pedalarono con arroganza, senza pensieri, ne fatica, e in pochi minuti furono in cima.

Da lassù c’era una vista sulla valle che ti toglieva le cinture, da là si poteva provare a buttare nel fosso qualche sacco. Michele scagliò via i pugni di suo padre e tutte le bottiglie vuote nel lavandino sporco, Gianni i bulli del collegio e il sapore di ferro del sangue nella bocca o le gocce rosse che cadevano solenni nel water, la notte, e Marco la donna che gli aveva fatto da madre e con cui era dovuto crescere alla svelta o quella Opel grigia che si era portata via sua sorella otto anni fa.

Dopo il rettilineo dell’altipiano bisognava cominciare a pedalare sul serio.

“Guarda che quel blu lì dev’essere guasto: sembri già spompato anche se siamo appena partiti!”

“Ma va là, che se mi metto a pedalare sul serio non mi vedete neanche più con il binocolo…”

“Se se… Ma se io nella salita non mi sono neanche alzato in piedi!”

“Seeee… come il tuo grillo con la Monica, giovedì sera!”

Furono abbracciati da quella risata, un coro che uscì violento dal cuore. Marco prese al volo un pezzo di ramo da un’acacia per tirarlo in testa a Michele: “Mike, ritira quello che hai detto che ti accoppo!”

“Con la mira che c’hai becchi la cantoniera!”

Poi Gianni abbasso lo sguardo e fece morire quei sorrisi sulla punta delle sue ginocchia. E via di nuovo a spingere, questa volta per davvero.

Quel tratto al caldo li fece rossi rossi e qualcuno cominciò a sudare. Quella non era ancora salita vera, ma bisognava comunque tenere il fiato per dopo. Procedevano spediti e raggiunsero le curve per arrivare alla Rupe.

Le vene cominciavano a gonfiarsi nelle gambe e le anime erano già perse in un’altra lotta, con i ricordi, con la terra e con il sangue, con la ruggine, col dolore e la morte. Marco strinse le curve del manubrio come fossero due braccine piccole piccole, da tenere strette, da non lasciare andare mai più, neanche per un istante, poi cacciò una bestemmia e si alzo in piedi sui pedali. Michele lo lasciò andare avanti. Gianni aveva iniziato il suo rito contro i fantasmi e ululava quei suoi sibili grotteschi.

Salirono come tre bolle nell’acqua, il vento si spostava per lasciarli passare. Entrarono nell’ombra delle querce, erano tre sassi lanciati in un pozzo di cui non si vede il fondo. Il vento della discesa era il paradiso tra i capelli, le carezze del cielo, e allora volarono giù verso Spigone sparati dal cannone.

Michele aveva paura della discesa, ma sapeva sguainare la spada quando ce n’era bisogno. Marco aveva un assetto stupendo e le lacrime gli scorrevano lente all’indietro, uscendo ordinate dagli spigoli degli occhi. Gianni cantava le sue grida per i suoi demoni e guardava Mike e Marco, e ancora Mike, saltando da una schiena all’altra, era lui a chiudere il gruppo. Intorno a loro gli alberi erano macchie veloci che correvano folli a un metro dai loro fianchi, e spinsero, e spinsero ancora.

In fondo a quel dritto c’era la curva del burrone dell’orso, ma la loro vita forse non era mai stata così bella.

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